Il coraggio di essere impopolari e la vanità di sembrarlo
Stefano Scabbio
CEO & President I Executive Board Member I Executive Advisor I Entrepreneur
13 agosto 2026 · 6 min di lettura

Quella frase l’ho pronunciata anch’io: «So che questa decisione non piacerà a nessuno, ma la prendo lo stesso». E ricordo con precisione la sensazione che provai subito dopo averla detta. Non era il peso della responsabilità. Era una forma di soddisfazione.
Ci ho messo anni ad ammettere che quella soddisfazione era il sintomo di qualcosa che non andava. Chi porta davvero il peso di una decisione impopolare non si sente soddisfatto: si sente solo.
È una distinzione sottile e decisiva, e ho imparato a riconoscerla soprattutto sui miei errori. Il coraggio di essere impopolari è una delle poche virtù non negoziabili di chi guida. La vanità di sembrare impopolari è la sua contraffazione più riuscita, proprio perché le somiglia moltissimo.
Ho passato la mia vita professionale dentro il mercato del lavoro: prima alla guida dell’Europa di un grande gruppo internazionale, con organizzazioni distribuite su trentadue paesi; oggi in un gruppo italiano con circa ottanta filiali sul territorio; in mezzo, gli anni nelle rappresentanze di categoria, dove capita di sostenere in pubblico posizioni che una parte dei tuoi stessi associati non vuole sentire.
Sono contesti diversissimi, e mi hanno insegnato la stessa cosa. L’impopolarità cambia forma, a volte è un dibattito aperto, a volte un silenzio prolungato, a volte una conversazione che avviene solo in corridoio ma non cambia natura. Non è mai l’obiettivo. È un residuo: quello che ti resta addosso dopo aver fatto una cosa che andava fatta, e che nessuno ti ringrazierà di aver fatto.
Chiudere una sede che dieci anni prima funzionava benissimo. Dire a una persona brava, che stimi sinceramente, che non è la persona giusta per quel ruolo. Fermare un progetto su cui un team ha lavorato per mesi, quando ormai è evidente che non porterà da nessuna parte. Promuovere un giovane sopra qualcuno che aspettava quel posto da anni.
Non ricordo una sola di queste decisioni che si sia annunciata con orgoglio. Si prendono, si spiegano, e poi si convive per mesi con lo sguardo di chi non le ha capite o non le ha accettate. Quello sguardo è il prezzo. Se il prezzo non c’è, se anzi la decisione ti fa apparire più determinato, più lucido, più leader, vale la pena chiedersi se stiamo parlando di coraggio o di posa.
Mi è successo, e non una volta sola. Ero convinto di una scelta, e la resistenza che incontravo mi sembrava la prova che avevo ragione: se tutti sono contrari, pensavo, vuol dire che sto toccando il punto giusto. Andai avanti. Avevo torto.
L’errore non era stato decidere contro tutti. L’errore era stato usare l’opposizione come conferma invece che come informazione. Dentro quella resistenza c’erano dati che avevo scelto di leggere come rumore, perché leggerli come dati mi avrebbe costretto a rivedere la mia posizione. È la trappola più elegante che conosca: trasformare il dissenso in una medaglia, così non si è più obbligati ad ascoltarlo.
Ci penso spesso quando osservo l’archetipo che il mercato della leadership premia da anni: il capo che dice le cose come stanno, che non ha paura di scontentare, che «rompe gli schemi». È seducente, e ha un difetto fatale: è imitabile senza sostanza. Si può essere ruvidi senza essere onesti. Si può scambiare la propria insofferenza per visione. L’ho fatto anch’io.
Il contrarianismo di stile ha un tratto riconoscibile: ha bisogno di pubblico. L’impopolarità autentica, quasi sempre, no. Le decisioni più difficili che ho visto prendere e le poche che credo di aver preso bene, non le ha raccontate nessuno. Non c’era niente da raccontare, se non che qualcuno si era assunto una responsabilità e aveva smesso di parlarne.
Non ho regole da proporre. Ho tre domande scomode, che mi sono costruito sbagliando, e che cerco di farmi prima e non dopo.
Ho ascoltato davvero, o ho solo aspettato il mio turno? Decidere contro il parere di tutti è legittimo. Decidere contro un parere che non mi sono mai preso la briga di comprendere non è coraggio: è sordità con una buona reputazione.
Sono disposto a spiegare questa decisione dieci volte senza ricevere un applauso? Il coraggio si misura nella manutenzione, non nell’annuncio. La parte difficile non è dire no in riunione: è tenere il punto tre mesi dopo, quando la stanchezza rende ragionevole ogni marcia indietro e insieme restare capace di ammettere di aver sbagliato, se i fatti lo dicono.
Chi paga il prezzo di questa decisione? È la domanda che mi fa più male. Ci sono scelte che chiamiamo impopolari ma il cui costo non ricade su di noi: ricade su chi esce, su chi resta con più lavoro, su chi vedrà cambiare le proprie giornate. Se il prezzo lo pagano solo gli altri, l’impopolarità non è nostra. È solo loro.
Chi guida deve poter essere impopolare. Un’organizzazione in cui tutte le decisioni piacciono a tutti è un’organizzazione che ha smesso di scegliere e le organizzazioni che smettono di scegliere non diventano più serene, diventano solo più lente. Su questo non ho dubbi, e continuerò a difenderlo.
Ma l’impopolarità non è un traguardo, e soprattutto non è una prova di aver ragione. È l’effetto collaterale di un lavoro fatto bene, non il suo certificato di qualità.
Il test più onesto che ho trovato, in tutti questi anni, è una domanda che mi rivolgo prima di decidere: sarei disposto a prendere questa decisione se nessuno dovesse mai sapere che sono stato io?
Se la risposta è sì, probabilmente è coraggio.
Se la risposta è no, era pubblicità.